L’accoglienza che c’è

Questo articolo fa parte del progetto “Un’altra rotta – il viaggio”. Tra agosto e settembre 2018 ho attraversato l’Italia da Nord a Sud per raccontare le realtà che si occupano di accoglienza e integrazione ai migranti e per raccontarle su questo blog e sul mio profilo instagram.

Maslax Moxamed aveva 19 anni. Somalo, approda in Italia ad agosto 2016, dove la sua storia si intreccia con quella dei volontari della Baobab Experience di Roma. Trascorre un periodo in via Cupa, nel quartiere S. Lorenzo, ma quando il centro viene sgomberato decide di provare a raggiungere il Belgio. Quattro mesi dopo è di nuovo a Roma, all’areoporto Fiumicino, rimandato indietro dalle autorità.
Maslax appartiene alla categoria dei “dublinanti”, di cui si parlerà spesso in questo viaggio, richiedenti asilo che provano a varcare le frontiere interne all’Unione Europea, ma che vengono riportati nel primo Paese in cui hanno lasciato le impronte digitali.
A causa del regolamento di Dublino, quindi, viene trasferito in un Centro di Accoglienza Straordinaria a Pomezia. Due mesi dopo il suo rientro in Italia, il suo corpo senza vita viene ritrovato a Santa Palomba: Maslax si è impiccato.
“Piazzale Maslax” non fa parte della toponomastica ufficiale della città di Roma. L’indirizzo della Baobab Experience, se lo cercate su Google Maps, è “Via Gerardo Chiaromonte 00157 Roma RM”, ma se chiedete ad uno dei volontari o ai ragazzi del campo come raggiungerli vi risponderanno di andare dietro la Tiburtina, a Piazzale Maslax.
La storia di Baobab Experience prima che Maslax Moxammed ne diventasse una parte importante inizia nel mese di maggio 2015. Allora non era scorretto parlare di emergenza migratoria: da quanto si legge sul sito dell’associazione nell’estate del 2015 transitarono per la capitale circa 35.000 persone. Una rete di attivisti si occupò di offrire una prima accoglienza, insieme a cure mediche e assistenza legale, per chi si trovava in situazione di bisogno. Nel frattempo il braccio di ferro tra volontari e istituzioni, in particolare il Comune accusato di immobilismo, culmina in uno sgombero. Siamo nel dicembre 2015, di lì a pochi mesi Maslax Mohammed sarebbe arrivato in Italia.
Lo sgombero della sede di Via Cupa, motivato dalla questura con le condizioni di degrado in cui versava il centro, non ferma gli attivisti che all’inizio del 2016 decidono di costituirsi in un’associazione a cui viene dato il nome di Baobab Experience. In questi anni l’associazione ha offerto cibo, vestiario, un posto dove dormire, assistenza legale e sanitaria e sostegno psicologico ad oltre 70.000 persone nella quasi totale assenza delle istituzioni.

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Il silenzio da parte del Comune di fronte a quello che accade a pochi passi della stazione Tiburtina è un fatto noto. Anche senza le parole dei volontari e degli ospiti del campo, che descrivono bene la frustrazione di sentirsi lasciati a se stessi, appare evidente l’abbandono da parte di una giunta che da tre anni promette soluzioni che sono rimaste carta morta. In Piazzale Maslax ci accolgono un cartello bianco con il logo dell’associazione e la scritta “Migrare non è un reato – Protect people not borders”, sovrastato da nuvole gonfie di pioggia. Altrove, gli acquazzoni estivi non sono un problema: basta ripararsi sotto un ombrello, restare in casa, aspettare in un bar che passi. Al Baobab, ce ne accorgiamo appena mettiamo piede al campo e comincia a piovere, lo è: in poco tempo il piazzale di cemento, probabilmente un parcheggio per i pullman del Giubileo del 2000, si gonfia di acqua. Ci sono tende e qualche gazebo, ma in generale è difficile non bagnarsi. Aspettiamo i volontari chiacchierando con gli operatori di una piccola ONG di Dresda, Support Convoy, che sono lì per portare acqua potabile e docce mobili agli abitanti del campo. Ci rendiamo subito conto che Baobab dipende interamente dagli aiuti esterni: in fondo si tratta solo di un enorme piazzale di cemento in cui sono stati montati degli alloggi di fortuna, tende donate da qualcuno, senza fontanelle, senza docce, lontano dal quartiere.

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Volontarie di Support Convoy al lavoro. Foto di Sara Simula.

Un uomo sulla quarantina si avvicina a me e a Sara, dice frasi sconnesse. Non è un problema di lingua perché è evidente che quella persona abbia bisogno di una forma di sostegno psicologico. Ma a quale tipo di aiuto può ambire chi vive così, ultimo tra gli ultimi?
Con l’arrivo dei volontari prendono forma le attività del pomeriggio. Non appena smetterà di piovere si allestirà lo sportello legale e verranno radunati i ragazzi per le lezioni di italiano, più tardi ci sarà la distribuzione degli indumenti. C’è molto da fare ed è difficile intervistare gli attivisti, in particolare il tavolo degli avvocati è preso d’assalto.
Parlo con le insegnanti di Italiano e Inglese. Una di loro, giovanissima, è solo al terzo incontro. Mi dice che ha notato che per loro la scuola è soprattutto un modo per occupare il tempo: stare al Baobab è vivere in un limbo di attesa, qualcosa di faticoso come imparare una nuova lingua aiuta a far scorrere più velocemente le ore che altrimenti trascorrerebbero senza far niente.
Senza far niente? Ma come, non possono lavorare? Non possono pulire il letto del Tevere aggratis? Non possono. Alcuni non hanno documenti, altri aspettano l’udienza in Commissione Territoriale, altri sono minorenni.
I problemi principali, mi racconta la volontaria, riguardano l’alfabetizzazione e le capacità mnemmoniche. Alcuni non sanno tenere in mano una penna, altri hanno passato tutta l’infanzia con la sola compagnia delle mucche e parlano solo Bambara.
Lo scopo è dare loro gli strumenti base della lingua: si cerca di insegnare i numeri, le ore e i giorni della settimana, i mesi, come rispondere ad una richiesta di documenti, come chiedere un’informazione. Qualcuno vuole imparare l’Inglese perché spera ancora nella fine del sistema delle frontiere interne e vorrebbe spostarsi nel Nord Europa.
“Gli insegnamo anche l’inglese”, dice la volontaria, “Significa dargli una speranza.”
Inizia il corso di Italiano. Sara si è allontanata per fare delle foto, io mi fermo a chiacchierare con i ragazzi che aspettano il loro turno allo sportello legale.
Ghram si siede vicino a me, mi chiede una sigaretta. È un ragazzone tunisino di venticinque anni, ma nei successivi tre quarti d’ora scopro che ha vissuto molte volte la sua età. Ad ogni nuova vita, un fallimento e una fuga. Ghram è quello che si definisce brutalmente “migrante economico”, perché la sua fuga da Tunisi non è stata motivata dalle proteste che hanno portato alla fine di Ben Ali. Un barcone lo ha fatto approdare a Lampedusa, soccorso dai militari di Mare Nostrum. È al Baobab da due anni, delle speranze con cui è partito resta poco e niente. Delinquere, in questa situazione, diventa facile. Compiere un gesto estremo è un’altra strada. In molti aggiungono alle cicatrici delle torture in Libia i segni che si sono autoinferti, è un reticolato di pelle curata male che parla di disperazione e di mancanza di futuro.
Prima dell’inizio della distribuzione mi avvicino ad un ragazzo italiano. Scopro che studia Cooperazione Internazionale alla Sapienza e, dopo aver chiacchierato del nostro percorso comune, gli chiedo che cosa fa al Baobab. Oggi accompagna la fidanzata, mi dice, che insegna italiano lì, ma di solito viene con il camper della onlus “Diritti al cuore”.
Attraverso il progetto “Salute migrante” assistono gratuitamente i migranti in transito,

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Il campo sotto la pioggia. Foto di Sara Simula.

offrendo sulla loro unità mobile di soccorso non solo una visita, ma anche la terapia necessaria. Le patologie più frequenti al Baobab, ancora una volta, rimandano alle difficili condizioni di vita degli ospiti del campo: scabbia, infezioni cutanee, problemi respiratori e dolori muscolari. Non sono attrezzati, però, alla cura dei disturbi post-traumatici da stress di cui molti soffrono a causa delle condizioni di viaggio e di quello che hanno subito in Libia.
Anche il ragazzo, come gli altri volontari, è sfiduciato. Sa che l’assistenzialismo non è l’unica strada, ma è ovvio che diventi l’unica possibile quando chi dovrebbe solo collaborare con le istituzioni le sostituisce.
Occuparsi degli ospiti del Baobab significa aiutare gli ultimi fra gli ultimi. Non ci sono strutture, garanzie. Allo sportello legale qualcuno piange: da senza fissa dimora non sono riusciti a contattarlo per l’udienza in Commissione Territoriale.
Io e Sara ci mettiamo insieme ai volontari a distribuire i vestiti. Vedo i ragazzi del campo scherzare, cercare di passare avanti per movimentare un po’ la situazione, qualcuno chiacchiera con noi mentre prende un paio di mutande e due calzini puliti. Cerchiamo di rifilare a tutti delle orrende mutande fuscia con la scritta “UOMO”, quando qualcuno le prende parte un applauso.
Ha ricominciato a piovere, sul cemento del Baobab. Maslax Moxamed potrebbe essere in fila tra loro, con l’occhio cieco a causa delle torture subite, ad aspettare pazientemente il suo turno. Avrebbe ventun anni e, forse, sognerebbe ancora il Belgio. Non c’è. Tutto quello che rimane di Maslax è un nome in un piazzale che non esiste, occupato da persone che non esistono, in una città in cui un serio progetto di accoglienza non esiste.

BONUS HERMIONE

PARLARE CIVILE | Una definizione di dublinante
OPEN MIGRATION | Sulla proposta di una riforma del Regolamento di Dublino in senso securitario
INTERNAZIONALE | Un video sui volontari del Baobab di Roma
CITTÀ FUTURA | Un articolo su Maslax Moxamed
L’ESPRESSO | Le bufale sulle malattie portate dai migranti

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